31 Marzo 2026

Garante dei Detenuti: il problema del lavoro in carcere

La riflessione a più voci in una ricerca con la collaborazione dell’Università di Firenze

Comunicato n. 0236
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Firenze – Lavoro in carcere e lavoro in uscita dal carcere come strumento di reinserimento sociale: il Garante dei detenuti della Toscana ha realizzato, con l’Università di Firenze, una ricerca – ‘Il lavoro penitenziario e il lavoro in uscita dal carcere come strumento di reinserimento sociale e di dignità della persona detenuta’, questo il titolo dello studio – che è stata presentata questa mattina nella sala delle Feste di palazzo Bastogi. Lo stesso Garante dei diritti dei detenuti della Toscana, Giuseppe Fanfani, ha presieduto i lavori.

La presentazione della ricerca è stata affidata a Giuseppe Caputo, professore associato in sociologia del diritto all’Università di Firenze, e a Maria Cristina Frosali, dottoranda in Sociologia del diritto all’Università di Firenze, che hanno curato il coordinamento scientifico insieme con Katia Poneti, dell’Ufficio del Garante dei detenuti. Sono seguiti gli interventi di Antonella Venturi, direttrice della Casa di reclusione di Massa (‘L’applicazione della legge Smuraglia’); Denise Amerini, responsabile carcere e dipendenze per la Cgil nazionale (‘Il lavoro come diritto delle persone detenute’); Vanessa Visentin, dirigente del settore Lavoro della Regione Toscana (ha presentato i progetti della Regione ‘per l’inclusione socio-lavorativa delle persone sottoposte a misura penale); Giovanni Bini, per ARTI, il Centro per l’impiego della Regione Toscana (‘Il contributo di ARTI al lavoro delle persone detenute’); Filippo Giordano, Lumsa (‘La governance del lavoro in carcere’); Emilio Santoro, direttore del Centro di ricerca interuniversitario su carcere, devianza, marginalità e governo delle migrazioni L’altro diritto.

In ambito penitenziario il lavoro è individuato (art. 15 dell’Ordinamento Penitenziario) come uno degli elementi del trattamento rieducativo e dovrebbe essere, salvo casi di impossibilità, assicurato al condannato e all’internato.

Gli inserimenti lavorativi di persone detenute all’interno, ma soprattutto all’esterno, del carcere sono pochissimi rispetto al numero dei detenuti presenti: era lavoratore il 34% dei presenti al 30 giugno 2022, tra i quali la grande maggioranza, 86,74%, lavorava alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria, e una minoranza, 13,26%, alle dipendenze di esterni. Si tratta spesso di lavori scarsamente formativi che vengono svolti dai detenuti in maniera discontinua per poche settimane nell’anno.

“La ricerca ci restituisce un quadro drammatico, perché il lavoro in carcere servirebbe al reinserimento dei detenuti – ha detto il garante Giuseppe Fanfani – ma risulta il grande assente nelle politiche sociali attuate. All’interno del carcere non c’è lavoro qualificato, bisognerebbe investire molte più risorse sulla formazione e la preparazione al lavoro. Bisogna partire dalle esigenze del territorio e formare detenuti pronti al reinserimento nel mondo del lavoro.”

“Spesso il lavoro che viene svolto in carcere è un lavoro povero – ha spiegato Giuseppe Caputo – che aiuta poco a far crescere nuove professionalità nei detenuti. Non si riesce a creare forme di lavoro stabili nei detenuti. A esempio, a Massa, che è un carcere dalle dimensioni più piccole, ci troviamo di fronte a detenuti che spesso lavorano per ditte esterne, con una programmazione più efficace.”

“Il primo dato che emerge – ha detto Maria Cristina Frosali – è la scarsità di risorse per il lavoro in carcere. Lavorano soltanto la metà dei detenuti e spesso fanno lavori interni, poco professionali e professionalizzanti. Servirebbe più formazione e un’analisi più accurata delle competenze già esistenti nei detenuti. Le offerte sono limitate e riguardano di più la popolazione maschile, le donne sono maggiormente escluse dalle occasioni lavorative.”

Responsabilità di contenuti, immagini e aggiornamenti a cura dell’Ufficio Stampa del Consiglio regionale della Toscana