Giorno del Ricordo: Saccardi, memoria condivisa nel rispetto delle vittime
La presidente del Consiglio regionale ha aperto il Consiglio solenne per ricordare la tragedia delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Hanno preso la parola Rossi Romanelli (M5s), Falchi (Avs), Casini (Casa riformista), Simoni (Gruppo misto-Futuro nazionale) e Bezzini (Partito democratico). In conclusione, il discorso del presidente della Toscana Eugenio Giani
Firenze – “Ci ritroviamo oggi in seduta solenne per celebrare il Giorno del Ricordo. È un momento che affida alle istituzioni una responsabilità particolare: custodire la memoria di una tragedia che ha segnato profondamente la storia nazionale e farlo nel luogo che rappresenta tutte le cittadine e tutti i cittadini, al di là di ogni appartenenza politica. Perché il Giorno del Ricordo deve essere memoria collettiva e patrimonio condiviso. E la memoria, perché sia davvero tale, deve essere rispettosa del dolore delle vittime, consapevole della complessità della storia, sottratta a ogni tentazione di strumentalizzazione. Solo così può diventare patrimonio comune e contribuire alla coesione civile”. Così ha esordito la presidente del Consiglio regionale, Stefania Saccardi, aprendo la seduta solenne per commemorare il Giorno del Ricordo, istituito nel 2004 per ricordare il dramma delle Foibe e dell’esodo giuliano-dalmata.
“La tragedia delle foibe, ma vorrei dire meglio, le terribili repressioni condotte dai partigiani jugoslavi di Tito, e l’esodo giuliano-dalmata si collocano nel contesto della fine della Seconda guerra mondiale e della profonda frattura che ciò produsse in Europa – ha continuato Saccardi. – I territori dell’Istria, di Fiume, della Dalmazia e della Venezia Giulia erano da secoli caratterizzati da una complessa pluralità etnica e culturale. Comunità italiane, slovene e croate avevano convissuto in equilibri delicati, che nel tempo avevano retto, ma che furono progressivamente incrinati dall’affermarsi dei nazionalismi e, nel periodo tra le due guerre, dalle politiche di snazionalizzazione imposte dal regime fascista. Con l’8 settembre 1943 e, in modo ancor più drammatico, con l’occupazione jugoslava della primavera del 1945, si aprì una stagione di violenze segnate da arresti, esecuzioni sommarie e infoibamenti”.
“Il trattato di pace del 10 febbraio 1947 sancì la perdita per l’Italia della maggior parte del confine orientale – ha detto ancora. – Da quelle decisioni scaturì l’esodo di circa trecentomila italiani, costretti ad abbandonare le proprie terre, le proprie case, i propri beni, per non rinnegare la propria lingua, la propria cultura, la propria identità. L’accoglienza in patria fu spesso difficile e, per molti decenni, questa vicenda rimase ai margini della memoria pubblica nazionale. Il Giorno del Ricordo nasce anche per colmare questo vuoto”.
Secondo Saccardi, “ricordare significa restituire dignità alle vittime, riconoscere la sofferenza degli esuli, assumere fino in fondo il peso di una vicenda che è parte integrante della nostra storia nazionale. Non per riaprire ferite, ma per evitare che il silenzio e l’oblio diventino una seconda ingiustizia. La memoria, tuttavia, perde il suo valore se viene piegata alla contrapposizione o alla semplificazione. La memoria è fatta di vissuti, di dolore, di identità. Proprio per questo ha bisogno della storia, del suo rigore e della sua complessità, per non essere ridotta a strumento di parte”.
“Oggi, in un’Europa profondamente diversa da quella uscita dalla guerra – e Italia, Slovenia e Croazia appartengono a questa Europa – il Giorno del Ricordo chiama anche a una riflessione sul presente”, ha aggiunto. – Il lungo percorso di integrazione europea ha dimostrato che la convivenza tra popoli e culture diverse è possibile ed è stata una delle più grandi conquiste del secondo dopoguerra”.
“Le differenze non sono una minaccia – ha affermato concludendo, – lo diventano quando vengono negate o strumentalizzate. Per questo la memoria di quelle tragedie non riguarda solo il passato, ma parla direttamente alla nostra responsabilità presente. Trasmettere questa memoria alle nuove generazioni è un dovere essenziale delle istituzioni. Non per consegnare un’eredità di rancore, ma per offrire strumenti di consapevolezza. Perché comprendano quanto siano fragili la pace e la convivenza, e quanto siano preziosi i valori della libertà, della democrazia e del rispetto dei diritti umani, sanciti dalla nostra Costituzione e alla base del progetto europeo”.
Gli interventi in aula
Secondo Luca Rossi Romanelli (M5S) “Nel Giorno del Ricordo rendiamo omaggio alle sofferenze atroci che derivarono da ideologie totalizzanti; in questo momento solenne diamo dignità e riconoscimento alle vittime italiane e facciamo memoria di una pagina storica documentata e dolorosa, dai numeri drammatici”. In tale contesto è quanto mai necessario un confronto aperto ed autentico, scevro dalle strumentalizzazioni politiche, soprattutto in una stagione attraversata da venti di guerra, per fornire insieme “una lettura consapevole della storia, come uomini delle istituzioni, e per custodire la coscienza collettiva e trasmetterla alle nuove generazioni, nel nome della verità”.
Sulla stessa lunghezza d’onda Lorenzo Falchi (Avs): “Con questa seduta solenne celebriamo il Giorno del Ricordo e lo facciamo per riconoscere il valore della storia e la necessità della sua promozione, per farne memoria”. E ripercorrendo la tragedia immane vissuta dal nostro paese sul confine orientale, il consigliere ha ricordato la sopraffazione durante il fascismo, quindi le responsabilità dell’esercito italiano, per accennare alla liberazione delle terre e al “grave silenzio dettato anche dal senso di colpa”. Da qui l’invito a ricordare non certo per rappresentare due memorie diverse, ma per promuovere una “coscienza storica unica e condivisa”, affondando la riflessione sulle fonti documentate, e per costruire insieme valori di pace, uguaglianza e libertà.
“Ricordare gli italiani dell’Istria e della Dalmazia, che hanno subito violenze indicibili, pagando con la loro stessa vita o con l’abbandono delle loro terre, non può essere solo un gesto formale, ma l’impegno a tenere una luce accesa su una storia a lungo rimossa o minimizzata”. Così Francesco Casini (Cr), che ha parlato di “connazionali cancellati due volte, prima dalla violenza e poi dall’oblio”, per affermare che il Giorno del Ricordo non è tanto, e non solo, una ricorrenza istituita da legge, quanto un momento per combattere l’odio e la polarizzazione estrema che deriva dalle posizioni ideologiche. E ricordando il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, per il quale quegli atroci avvenimenti non possono trovare alcuna giustificazione, e il Presidente della Croce Rossa Italiana, Rosario Valastro, che invita a riflettere su quanto, troppo spesso, la dignità umana non venga rispettata, il consigliere ha ringraziato tutti coloro che sono impegnati in prima persona nella difesa della libertà e della giustizia. “Siamo chiamati, come istituzioni e cittadini, a fare memoria costante del dramma delle foibe e dell’orrore dell’esodo – ha concluso Casini – per rendere omaggio alle vittime e non lasciare spazio ai totalitarismi e alle derive estreme”.
Massimiliano Simoni (Gruppo misto-Futuro nazionale), unico consigliere delle forze di opposizione rimasto in Aula per la seduta solenne, parla del Giorno del Ricordo come di un “momento per me molto particolare, delicato, che sento profondamente. Ho appreso per la prima volta di quello che era accaduto a quelle popolazioni – ricorda – quando ero ancora un ragazzo, in occasione di un concerto di Gino Paoli, che raccontò dal palco come suo padre, figlio di un operaio poverissimo, analfabeta che lavorava alle acciaierie di Piombino, si trasferì per lavoro a Monfalcone. Là si sposò e nacque Gino, che scampò in maniera fortuita, per via di un nuovo trasferimento a Genova, ma la famiglia della mamma fu letteralmente sterminata e infoibata, ‘e non erano fascisti i miei parenti, era gente normale, gente comune’, ricordava il cantante. Sono profondamente dispiaciuto che i miei colleghi siano usciti dall’Aula – prosegue Simoni –. Ho ritenuto di essere presente per portare la testimonianza per quelle genti: in quelle foibe ci sono finiti tutti, fascisti, antifascisti, comunisti, partigiani, gente perbene. Studi approfonditi fa salire il numero delle persone uccise a venticinquemila, ma più dei numeri conta l’atto vergognoso. Ringrazio la presidente Saccardi di aver accolto la mia proposta per tentare un percorso diverso dal prossimo anno”.
“Sono passati più di venti anni da quando, nel 2004, è stata istituita la legge nazionale, con ampia maggioranza, per conservare e rinnovare il ricordo di quella tragedia”, dice il capogruppo del Partito democratico Simone Bezzini. “Ripartiamo da una vicenda rimasta a lungo nel silenzio e nel disinteresse, lasciando un vuoto nella memoria del nostro Paese”. Bezzini osserva che nonostante questo “atto di assunzione di responsabilità da parte della Repubblica, la ricorrenza si è trasformata spesso in un terreno di scontro. La memoria dovrebbe servire a fare tesoro del passato, a costruire un minimo comune denominatore di valori, memoria, responsabilità, rispetto. È per questo – aggiunge – che suscita in me una profonda amarezza essere qui alla celebrazione di fronte a banchi vuoti. L’auspicio è che da qui nasca impegno comune per una riflessione seria e matura, che rafforzi la dimensione unitaria della memoria di questo Paese. Serve fare i conti con la complessità della questione”. Oggi, conclude Bezzini, “questa ricorrenza ci consegna insegnamenti ancora attuali e ci ricorda il valore dell’Unione europea prima di tutto come spazio e progetto di pace. Ci serva da monito per quello che terribile succede o può succedere anche nel nostro tempo. Quei luoghi diventino sempre più simbolo di fratellanza”.
Il presidente della Toscana, Eugenio Giani ricorda lo “sforzo e impegno del Consiglio regionale, che da anni dà seguito a quanto Carlo Azeglio Ciampi disse da presidente della repubblica nel 2005. Il Giorno del Ricordo è un momento di commozione, di memoria e commemorazione di un fatto di storia, che deve essere sempre considerata per quello che ci insegna nel presente. Mi fa piacere vedere i vertici delle nostre autorità presenti in quest’Aula. Dobbiamo fare ammenda nei confronti di un fatto che progressivamente sta emergendo nel suo contenuto storico, perché troppo accompagnato da momenti di silenzio, dopo la Seconda guerra mondiale”. Parlando della tragedia delle foibe, prosegue Giani “si parla di circa diecimila italiani uccisi, forse potrebbero essere effettivamente venticinquemila, la cifra esatta non è accertabile: molte di queste persone furono lì gettate per la loro identità, per il fatto di essere italiani”. Il presidente della Toscana ricorda l’esodo “di più di 300mila persone sradicati dalle loro case” e dell’accoglienza che anche in quella occasione seppe offrire la Toscana: “Dal piroscafo Toscana, al centro di raccolta di Laterina, che più persone raccolse tra quegli esuli, dove qualche anno fa abbiamo celebrato una seduta solenne del Consiglio regionale. A Firenze, accanto alla Fortezza, abbiamo dato il nome al Largo Martiri delle Foibe. È importante arricchire ogni anno il ricordo di coloro che furono trucidati nelle foibe e di quelle persone che sono venute in Toscana”. Il Consiglio regionale della Toscana, conclude Giani, “nella sua vita istituzionale non può rimproverarsi niente, ha sempre vissuto con profondità la giornata del Ricordo. Serve una pacificazione delle coscienze, che spero possa avvenire, trovando l’accorgimento di essere il più possibile, tutti, vicino al centro delle istituzioni. Ci sia profondo rispetto per le vittime di quella tragedia, secondo i più corretti comportamenti ispirati ai valori costituzionali della pace, del ripudio della guerra come risoluzione delle controversie internazionali”.
(testo di Paola Scuffi e Sandro Bartoli)




