Cultura: “Quelle matte degne d’amore”, presentato in anteprima il documentario su Mario Tobino e la salute mentale
L’opera audiovisiva promossa dal Consiglio Regionale della Toscana e dalla Fondazione Tobino, prodotta da Fondazione Sistema Toscana e dalla testata giornalistica intoscana.it, intreccia il racconto dell’ex manicomio di Maggiano con una testimonianza dell’attore Lino Guanciale
di Chiara Bini
Firenze – In alcuni casi bastava una malinconia troppo accentuata, un atteggiamento non conforme, una sofferenza mal compresa o semplicemente il peso di essere donna in un’epoca rigida. Questo bastava per varcare la soglia del manicomio e non uscirne più.
È attorno a questa ferita e all’urgenza di trasformarla in una lezione per la contemporaneità, che si sviluppa “Mario Tobino – Quelle matte degne d’amore”, il documentario promosso dal Consiglio Regionale della Toscana in collaborazione con la Fondazione Mario Tobino, firmato da Simona Bellocci, prodotto da intoscana.it, testata edita da Fondazione Sistema Toscana che è stato proiettato in anteprima all’Auditorium San Romano a Lucca. La proiezione ha aperto l’evento speciale che ha visto l’attore Lino Guanciale ospite d’eccezione ritirare il Premio Mario Tobino, conferitogli dalla Fondazione Tobino in occasione della serata d’apertura del Premio Viareggio-Rèpaci
“Questa anteprima – ha detto la presidente del Consiglio regionale Stefania Saccardi – rappresenta non soltanto un omaggio alla memoria e alla straordinaria lezione di umanità di Mario Tobino, ma un invito ad aprire un dibattito pubblico sul tema del benessere mentale e delle fragilità della società contemporanea. La sua capacità di guardare alla persona prima ancora che alla malattia è un’eredità ancora attuale, soprattutto di fronte al disagio che coinvolge tanti giovani. Parlare di salute mentale significa superare lo stigma, promuovere ascolto e inclusione e costruire comunità più capaci di prendersi cura delle proprie fragilità”.
L’opera – pensata per restituire vigore al dibattito pubblico sul benessere mentale, con uno sguardo attento al disagio che oggi colpisce in particolar modo le giovani generazioni – adotta un taglio narrativo serrato e di forte impatto emotivo. Attraverso testimonianze e preziosi materiali d’archivio, le telecamere esplorano l’ex ospedale psichiatrico di Maggiano (Lucca), dove lo psichiatra e scrittore Mario Tobino visse per oltre quarant’anni, scrivendo con la inseparabile Olivetti pagine entrate nella storia della letteratura italiana.
Un punto di snodo del documentario è l’intervista a Lino Guanciale, realizzata a margine del set della serie. L’attore, che ha recentemente prestato il volto allo psichiatra sul piccolo schermo, ripercorre l’eredità intellettuale di Tobino, definendola una vera e propria «rivoluzione empatica». Guanciale approfondisce il significato profondo di capolavori come “Le libere donne di Magliano”, sottolineando la necessità di abbattere lo stigma che ancora oggi circonda la salute mentale: la diversità, suggerisce l’attore nel suo contributo, non deve essere vista come un mostro da temere, ma come un orizzonte fecondo di opportunità.
Il documentario solleva inoltre l’attenzione sulle condizioni dell’ex manicomio di Maggiano. Come testimoniato nel film dalla presidente della Fondazione, Isabella Tobino, il complesso monumentale è oggi una struttura estremamente fragile, erosa dal tempo e dalle intemperie, che rischia di perdere la propria memoria materiale. Le istituzioni sono costantemente al lavoro per creare le condizioni per il recupero e la salvaguardia della struttura.
Il tessuto del racconto si arricchisce di brani e lettere dello stessoTobino, affidate alla voce del pronipote dello psichiatra Andrea Antongiovanni, e delle testimonianze della presidente della Fondazione Tobin,o Isabella Tobino (nipote dello scrittore), dello psichiatra Fabio Pezzini, al tempo giovane collega del medico-scrittore, che rivive l’epoca dell’«ospedale-paese» e i complessi anni del passaggio alla Legge Basaglia. L’analisi della professoressa Monica Marchi sui diari inediti (che ha trascritto integralmente insieme a Primo De Vecchis, con la direzione di Paola Italia) custoditi al Gabinetto Vieusseux di Firenze, svela la genesi più intima delle sue opere, mentre il maestro carrista Matteo Raciti mostra come la fragilità della mente possa farsi arte accessibile a tutti, portando le sue sculture nate al Carnevale di Viareggio all’interno di una mostra permanente allestita proprio tra le pareti dell’ex manicomio.
All’interno dell’opera audiovisiva sono presenti anche documentazioni video tratte dall’opera O.P ‘67 di Luigi Mochi, gentilmente concessa da Nicola Mochi e materiali fotografici inediti dell’archivio della Fondazione Tobino.
Nel documentario di Simona Bellocci le riprese sono state affidate ad Antonio Chiavacci e Tommaso Chiavacci. Il montaggio e la fotografia portano la firma di Antonio Chiavacci.










